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Monday, December 10, 2007

Bali: troppo, poco e niente

A mattina inoltrata, le notizie che giungono dal Bali International Convention Centre, sono ferme a quelle di ieri, giorno in cui migliaia di delegati si sono concessi il meritato riposo per rigenerarsi, prima di intraprendere la seconda e conclusiva settimana della Conferenza.

Domani sarà il giorno dei ministri delle finanze, cui toccherà portare avanti la discussione ad un livello tale, ove sia possibile avere più ampie opzioni politiche, ha detto il ministro delle Finanze indonesiano Sri Mulyani Indrawati, facendo riferimento ad imposte, incentivi per le tecnologie verdi come il vento, l'energia solare o il "carbone pulito". Mercoledì, invece, sarà la volta dei ministri dell'ambiente: a loro, sebbene siano presenti ancora molte differenze che debbono essere risolte, spetterà di raggiungere un accordo sulla forma di un futuro patto internazionale sul clima, la cosiddetta "Bali Road map".

Il mondo intero guarda alla Conferenza sul clima con interesse e apprensione inusuale, poichè sono ormai troppo evidenti gli indizi climatici che fanno pesare i rischi sul nostro pianeta. Il moltiplicarsi di catastrofi climatiche (ondate di calore, inondazioni, uragani...), l'acque alte che minacciano l'estinzione di molti territori, provocando esodi di migliaia di rifugiati del "clima"; la distruzione di fauna e flora e il moltiplicarsi di catastrofi alimentari e sanitarie... sono fatti certi, non più indizi. A meno che uno non sia del tutto orbo di mente e di fatto, il cambiamento del clima è visibile nelle nostre città, nelle immagini strazianti che scivolano via in un calvario senza fine sugli schermii televisivi ogni giorno.

Tutto ciò, infonde la consapevolezza in ogni cittadino del mondo, che qualcosa di inconsueto a livello climatico si è abbattuto sul pianeta. Per questo motivo la Conferenza di Bali sui cambiamenti climatici è in prima linea su molti blog nel mondo. Un po' ovunque, non solo davanti al Bali International Convention Centre, dove la settimana scorsa si son messi in mostra gli indigeni del pianeta a difesa delle foreste... l'8 dicembre si è tenuta una protesta globale, con lo scopo di sensibilizzare i governi del mondo sul surriscaldamento del pianeta, chiedendo a gran voce un esito positivo della Conferenza. Tra le iniziative della protesta c'è stata quella di aver lasciato le città al buio per 5 minuti, da Istanbul a Madrid, da Delhi a Londra.

Yvo de Boer, il Segretario della Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici, qualche giorno fa ha spiegato che le due settimane della conferenza, abbisognano di fornire le questioni in corso di particolare importanza per i paesi in via di sviluppo. Ha poi ringraziato il Senato Usa, di aver deciso di tagliare le emissioni di gas serra, sebbene questo, per ora, non muterà la posizione degli Stati Uniti, che più che ai limiti obbligatori delle emissioni, preferisce grandi investimenti in tecnologie non inquinanti. Il fatto è che mentre gli Stati Uniti non vogliono ratificare il Protocollo di Kyoto, in quanto ne risentirebbe tutta la loro economia, India e Cina invece scalpitano, e quest'ultima, che sembra abbia sorpassato gli Stati Uniti nelle emissioni di ossido di carbonio, metano e di altri gas non meno nocivi, se la prende con l'Occidente, mettendo in discussione la correttezza del sistema che prevede tagli obbligatori, ritenendo che le proprie emissioni pro-capite equivalgono a circa un sesto di quelle di Washington.

A tutto oggi, la produzione mondiale di gas e anidride carbonica invece di diminuire sta crescendo in misura esponenziale. Nella sola Europa si producono ogni anno piu’ di 35 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2). Nel 2050, in assenza di contromisure, le attuali emissioni raddoppieranno.

Il problema esiste e va affrontato. Per questo la nazione americana per alleviare la dipendenza dai combustibili fossili e ridurre le importazioni di 3/4 del petrolio proveniente dal medio oriente, ha messo in atto un grande Piano economico-industriale alternativo, aumentando la fornitura dell'oro verde (bioetanolo), facendo diventare così i prodotti agricoli una fonte di energia in grado di dissetare il gigante malato. Ma nel pieno di una nuova era, di cui l'attività agricola ne è il pilastro fondamentale, non fa sembrare, perciò, troppo scontato che gli alti livelli degli Stati Uniti disertino un appuntamento così importante?

La Cina, dal canto suo ha tanta voglia di crescere e sembra che il suo credo voglia lievitare dappertutto nella torta del mondo, non concedendo sconti a nessuno, soprattutto a coloro che per decenni hanno inquinato a man bassa quel vasto mondo di cui essa ne è parte e l'Africa, divenuta ora invece un loro serbatoio...

Intanto, in segno di solidarietà verso una coalizione crescente di individui e organizzazioni da tutto il mondo, che chiedono un protocollo più equo sui cambiamenti climatici, più di 5000 persone marceranno oggi per tutta l'Indonesia, in occasione della Giornata Internazionale per i Diritti Umani.

Per ora, da Nusa Due è tutto J.K

Tuesday, December 04, 2007

Bali: apre il vertice sul clima

Dal nostro inviato John Keyman

Bali - La Conferenza delle Parti (Cop13) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) che si è aperta ieri a Bali, ha aumentato la sorveglianza in tutta l'isola, ancora turbata dalla terribile strage del 12 ottobre del 2002, quando tre autobombe sono esplose davanti a due night club a Kuta e un'altra lì nei pressi, al consolato americano. Kuta, la famosa e lunga spiaggia in cui gli australiani vengono appositamente per fare surf... quel giorno costò la vita a centinaia di loro, per lo più ragazzi e ragazze, in vacanza nell''isola.

D'altronde, quì in una provincia indonesiana dove, nel più popoloso Paese musulmano al mondo, la maggioranza della popolazione professa la religione induista, la sicurezza è d'obbligo. Per questo i partecipanti alla riunione e i giornalisti sono soggetti a percorsi tortuosi, passando attraverso stretti controlli prima di entrare nel Bali International Convention Center, la sede della conferenza per due settimane. L'Indonesia ha dispiegato circa 10mila poliziotti e 2000 soldati onde prevenire qualsiasi azione terroristica sull'isola. Tutte le strade sono state decorate con "umbul", simboli di celebrazione e bandiere sventolanti al vento, con su scritto a caratteri cubitali "UN Climate Change Conference Bali"...

Secondo le Nazioni Unite un accordo dovrà essere trovato entro il 2009, in modo che il sistema entri in vigore in tempo per la scadenza del Protocollo di Kyoto nel 2012. Spetta dunque ai 192 Paesi e ai 10mila i delegati qui riuniti, che dovranno trovare una strategia comune per salvare la Terra. Il primo punto da perseguire è la riduzione delle emissioni di biossido di carbonio e di altri 5 gas serra, e cercare di coinvolgere quei Paesi che non hanno aderito al Protocollo di Kyoto, come gli Usa e la Cina. L'Australia invece, il Paese con il tasso più elevato procapite di emissioni di gas serra nell'atmosfera, che non aveva mai partecipato a riunioni del genere da almeno 11 anni, con il nuovo primo ministro Kevin Rudd, ha aderito subito.

Ora spetta solo agli Stati Uniti, che versa nell'ambiente un terzo di tutti i gas serra, entrare a far parte del club dei virtuosi. Già c'è chi al suo interno, preme affinchè ciò avvenga in tempi rapidi, come Al Gore e Nancy Pelosi, l'attuale Presidente (Speaker) della Camera dei Rappresentanti, la quale rilasciando una dichiarazione da Washington, si è così espressa: "La conferenza di Bali offre all'amministrazione Bush un'altra opportunità di impegnarsi attivamente e in modo costruttivo con i leader del mondo per la realizzazione di un accordo internazionale che permetterà di ridurre i gas a effetto serra e di altre emissioni che causano il riscaldamento globale. Data la minaccia per il nostro futuro e dei nostri figli, non vi è alcuna scusa per il Presidente Bush di permettere che gli Stati Uniti rimangano l'unica grande potenza industriale del mondo, che si rifiuta di firmare un impegno internazionale per la lotta contro la crisi climatica...".

Ci sono però anche Cina e India, considerati Paesi emergenti e quindi non soggetti al taglio di emissioni previste dal Protocollo di Kyoto, se non in misura minima, che purtroppo se ne disinteressano e questo fa pensare, ancora una volta, che non sarà facile trovare un accordo con loro.

Da Bali è tutto.

John Keyman

Saturday, October 06, 2007

Previsioni funeste o veritiere? Intanto arriva Lekima...

In Australia, l'ultimo rapporto dell'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) dipinge un'emergenza globale derivante dal global warming, dai risvolti più che mai inquietanti.

Le previsioni comprendono l'aumento dei livelli dei mari, l'aumento di frequenza di cicloni, siccità, inondazioni ed eventi climatici estremi, perdita di diversità della specie, minacce all'alimentazione e alla sicurezza dell'acqua e diffusione di malattie contagiose in aumento specie nelle zone del Pacifico del Sud. Il continente australiano sarà sempre più direttamente influenzato dagli effetti del riscaldamento globale, come anche tutte le isole del Pacifico e del sud, sudest asiatico.

Inaspettatamente, il cambiamento del clima ha trovato spazio nelle agende politiche di tutti i leaders delle nazioni del Pacifico, che esprimono la loro profonda preoccupazione per l'impatto climatico catastrofico. L'aumento dei livelli dei mari propone sfide decise e forti per rendere più sicure le zone a rischio, che sono in maggioranza, tutte quelle piccole isole che abbondano nei mari della Cina, fino dove si stendono poi le terre produttive costiere in cui l'aggregazione urbana è la più densa dell'Asia e che annovera città quali Schang-Hai, Tianjin, Guangzhou, Hong Kong, Tokyo, Jakarta, Manila, Bangkok, Singapore, Mumbai e Dhaka... minacciate dai fiumi Giallo (Yellow) e Yangtze nel delta della Cina. Ma anche la Baia di Manila nelle Filippine, e l'ampia frangia costiera cheva da Sumatra, Kalimantan e Java in Indonesia. Pure Mekong, Chao Phraya e Irrawaddy nel delta del Vietnam... Le previsioni del rapporto dell'IPCC parlano di 150 milioni di persone a rischio inondazioni. Lo scenario peggiore si avrebbe nel caso in cui il riscaldamento globale aumentasse fino a 2C, il che significherebbe lo scongelamento della zona antartica ad ovest dell'Antartide. Ciò provocherebbe una mortalità diffusa attorno a tutto il bacino del Pacifico per inondazione ma anche per scarsità di alimenti, malattie contagiose e conflitto umano, che in casi del genere, può diventare egoista e crudele come non mai...

Al momento, nell'isola cinese di Hainan, situata tra Cina e Vietnam e denominata Hawaii dell'Oriente, sono state evacuate centomila persone per l'entrata in azione del tifone Lekima.

A rivelarlo sono le autorita' dell'isola. Il tifone, che prende il proprio nome da un frutto vietnamita, si sta avvicinando all'estremita' meridionale di Hainan ad una velocita' di 15 km/h, con venti al suo interno che soffiano alla velocita' di 118 km/h. Lekima ha gia' provocato otto morti nelle Filippine, oltre a tempeste e maremoti. Almeno ventimila barche da pesca sono state portate al sicuro (notizia ANSA)

Fonte d'ispirazione: Coping with the climate refugees from Canberra Times

Immagine tratta youmaybegreen.com


Tuesday, January 09, 2007

LA SINDROME ASIATICA


Pur rimanendo sconcertati dalla portata dei grandi numeri, sebbene già da un ventennio fosse stato ipotizzato quanto sta accadendo, parlare di India e Cina oggi, i due colossi del continente Asiatico... fa venire i brividi.

Pensate, una popolazione come la nostra lì apparterrebbe ad una sola provincia e la maestosità delle sue opere urbanistiche, la Grande Muraglia ne è un antico esempio come recente lo è quello della Diga delle tre gole, danno un po' il senso delle proporzioni di questa frenetica parte del mondo che inquina molto più di "una vecchia Duna in salita per le strade montane".

Scherzi a parte, questi intermezzi volanti servono per tenermi lontano dalla montante depressione, quando si accenna a questi argomenti.

Parlare di Global Warming, pensando a quanto ne produrrà a breve termine la sola Asia, da l'idea di quello che potrà accadere se non s'interverrà rapidamente per discutere, valutare e applicare norme che regolarizzino in maniera adeguata, equa e tempestiva la produzione mondiale di anidride carbonica.

Sono difatti in Asia le città più inquinate del mondo. Le megalopoli asiatiche registrano tassi d'inquinamento molto superiore, anche di 5 volte in più, a città quali Parigi, Londra e New York. E per i prossimi 25 anni, l’emissione dei gas serra, sono destinati a triplicare.

La maggior parte delle sostanze inquinanti rimane molto alta in 10 delle più grandi città cinesi e in molte vallate attraversate dai fiumi, dove sono concentrate le grandi arterie industriali.

La Cina è il terzo importatore di petrolio dietro Stati Uniti e Giappone ma è col carbone, altamente inquinante e principale fonte energetica del Paese, che viene danneggiata la salute dei cinesi e del pianeta.

Secondo l'Adb (Asian Development Bank ) la città di Pechino risulta essere la più inquinata al mondo, con 142 microgrammi di particelle inquinanti per metro cubo d’aria, rispetto ai 22 di Parigi, i 24 di Londra e i 27 di New York e l’aumento dei gas serra dipende in gran parte dall’inquinamento delle città per traffico veicolare e riscaldamento.

Gli esperti ritengono che le auto in Asia raddoppieranno ogni 5 anni ma nella sola Cina aumenteranno di 15 volte per il 2030 giungendo a 190 milioni di veicoli, con una maggiore emissione di diossido di carbonio di 3-4 volte in Cina e di 5-8 volte in India.

Anumita Roychowdhury, direttore del Centro per la scienza e l’ambiente in India, spiega che gli interventi di questi anni, “hanno solo impedito un aggravamento del problema”.

Michael Kryzanowski, esperto dell’Oms, calcola che l’inquinamento dell’aria causa in Asia 537mila morti ogni anno.

In vista dei Giochi Olimpici, perfino il Comitato Olimpico Internazionale, nel valutare i dati ha messo in guardia la Cina della grave situazione.

Tuttavia, il governo di Pechino sta tentando di ridurre le emissioni per cercare di cambiare il combustibile dal carbone al gas naturale e al metano, i quali bruciano senza lasciare scorie e rendono di più.

Anche la frenetica e rampante India, corre fiduciosa e senza affanni, lungo l'autostrada del futuro: i risciò, le vecchie carrozze, le bestie da soma, i mendicanti ad ogni angolo... sono ormai parte del passato.

Adesso, a ridisegnare la mappa del Paese, ci sono piloni e cantieri aperti lungo la immensa rete di 14 mila chilometri di nastro asfaltati, che tengono occupati 250mila operai. Soprattutto nel cosidetto "quadrilatero d'oro", 5846 chilometri di autostrade a 4 e 6 corsie, che collegano Delhi, Bombay, Madras e Calcutta.

Ma c'è anche un'altra grande arteria autostradale che collegherà il Nord del Paese con l'estremo sud. Molte di queste nuove strade corrono tra capannoni industriali, aziende, palazzi di vetro e cemento, insegne luminose e cartelloni pubblicitari... cancellando, si può dire, definitivamente l'immagine d'un India folkloristica che tutti conoscevamo.

Secondo la società di consulenza americana Keystone, l'India entro il 2030 sarà il terzo mercato del mondo dopo Stati Uniti e Giappone. Nei prossimi 20, 25 anni si venderanno più auto di quanto non ne siano state vendute nell'intera storia della produzione automobilistica: i mercati europei, giapponesi e coreani saranno ormai saturi e verranno rimpiazzati dai mercati asiatici emergenti.

L’inquinamento di Cina e India colpisce anche i Paesi circostanti.

Alexis Lau, esperto di Hong Kong, sostiene che tra il 60 e il 70% delle polvere sottili presenti nell’aria della città provengono dalle fabbriche e dalle città della zona del Pearl River Delta in Cina. Il Giappone lamenta che la fuliggine degli impianti a carbone cinesi copre i suoi laghi. I fumi di carbone di Cina e India avvelenano l’aria in Bangladesh, specie nella stagione secca tra novembre e marzo. Il fumo degli incendi boschivi usati in Indonesia per liberare aree, causa una soffocante nebbia in Malaysia e Singapore.

Meshkat Ahmed Chowdhury, vice segretario del ministro bengalese per l’Energia e le risorse mineraria, ha lamentato che “noi siamo stretti tra i due maggiori inquinatori [Cina e India]”.

Così, oltre a produrre inquinamento ai vicini Paesi ed aver tagliato ettari di foresta e distrutto migliaia di terreni coltivabili epr costruire le strade... il Futuro asiatico è già realtà e non si può più arrestare...

Tutto questo andrà a far parte del salato conto che ci verrà presentato un giorno, ovviamente!

FONTE: il professor €chos.blogosfere.it

www.Forbes AsianewS