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Friday, February 27, 2009

Di nuovo il nucleare in Italia

Dopo l'accordo con la Francia per la realizzazione di 4 impianti di nuova generazione, in Italia si riapre la discussione, mai sopita, sul nucleare.

Per fissione nucleare s'intende il bombardamento del nucleo dell'atomo di un elemento adatto, con neutroni. L'atomo spaccandosi, ottiene due nuclei più leggeri e rilascio di energia, cioè la fissione nucleare, ovvero la frammentazione dei nuclei, appunto la parte radiottiva. La scoperta della fissione risale agli esperimenti di Enrico Fermi nel 1934 ed oggi, dopo decenni di nucleare nel mondo (sino al 1987 anche in Italia), siamo arrivati ad una terza generazione, più evoluta, e già addentro alla quarta.

Ma che differenza c'è tra la terza generazione e la seconda, come quella di Chernobyl?

La terza generazione si caratterizza per due punti importanti: la sicurezza e l'utilizzo di materiali fissili. Le nuove centrali automatizzano l'emergenza, non richiedendo, pertanto, l'intervento umano, diminuendo in tal modo la probabilità d'incidente (si parla di incidente ogni 100 mila anni!!!), quindi una probabilità quasi allo zero.

La messa in funzione di standard di sicurezza è assai maggiore rispetto a quella di Chernobyl. Per quanto riguarda invece i materiali che brucia, può riutilizzare in parte, il resto delle scorie della seconda generazione, quindi di gran parte degli impianti nucleari oggi esistenti.

Tuttavia, anche se diminuito rispetto alle vecchie generazioni, il problema delle scorie resta, anche se la quantità di CO2 che viene liberato è assai più limitato del petrolio.
Comunque sia, alcune scorie durano migliaia di anni e debbono trovare un posto sicuro, geologicamente stabile, affatto permeabile, per essere immagazzinate.

Intanto la ricerca va avanti. Per una possibile soluzione di questo problema bisognerà attendere quindi la quarta generazione, almeno un ventennio, dove lo sfruttamento delle risorse dovrebbe essere ottimizzato e la produzione di scorie ridotta al minimo.

In Francia, 58 centrali nucleari attive producono circa l'ottanta per cento del fabbisogno energetico, mentre l'Italia è fortemente dipendente dal petrolio e dal gas estero.

Ora, il ritorno al nucleare per l'Italia, dopo l'accordo tra Enel e la francese Eds, due ex monopolisti nazionali dell'energia, è più vicino. Le due multinazionali energetiche hanno firmato un'intesa per studiare la fattibilità e la successiva realizzazione di 4 impianti nucleari di terza generazione dell'energia atomica, più moderna e pulita, con reattori probabilmente di tipo Edr, nel nostro paese. Dovranno sorgere in posti non sismici con facile accesso all'acqua, lontani dai grandi centri.

Il nucleare poi va affiancato al solare, all'eolico, al geotermico per rientrare in linea con gli obiettivi fissati a livello europeo al 2020, dove si richiede un quinto dell'energia prodotta da fonti rinnovabili.

L'obiettivo del nostro ministro dello Sviluppo economico è di arrivare al 2020 con un mix energetico di rinnovabili al 25 per cento, un altro 25 per cento nucleare e il 50 per cento il fossile tradizionale. Ma per il Presidente dell'Istituto nazionale di Fisica nucleare Roberto Petronzo, intervistato al Tg2, forse il ministro Scaiola è stato troppo ottimista. Conti alla mano si può dire che oggi, con una centrale da 1.6 GW, per arrivare al 25 per cento di energia nucleare prodotta, significherebbe avere in funzione almeno 10, 12, 15 centrali... Ma già il raggiungimento di metà obiettivo sarebbe un successo.

Bisogna guardare al nucleare insieme alle rinnovabili, sottolinea il presidente dell'Enea Luigi Paganetto, senza contrapporle tra loro. Le fonti rinnovabili, cioè solare, eolico, biomasse, geotermico e biocombustibili sono energie che possono essere riprodotte. Tuttavia bisogna pensare che il solare, per essere prodotto su larga scala e per avere rendimenti adeguati, necessita di grandi spazi.

L'Enea, dice Paganetto. ha una tecnologia molto avanzata, una delle migliori al mondo, ed è certamente questa una scelta che potrebbe essere fatta per tutti i Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Trattandosi di collezioni di raggi solari rispetto ad un tubo centrale, dove c'è una soluzione salina che va a 550 gradi che poi si trasforma in vapore, che a sua volta mette in moto una turbina, che crea quindi energia... ha bisogno di grandi estensioni territoriali, come potrebbero essere, appunto, le zone desertiche del Nord Africa o quei luoghi in cui vi siano grandi aree poco abitate.

Per quanto riguarda l'Italia, bisogna che essa vada adattata secondo le sue caratteristiche climatiche: l'eolico, che va bene in Germania, non va troppo bene da noi. Un vento che è solo un fattore 2 più lento in Italia vuol dire un fattore 10 di efficienza in meno, mentre il solare a concentrazione è ancora in fase di sviluppo. Tuttavia, nell'equilibrio generale, difficilmente le energie rinnovabili potranno avere la maggioranza dell'energia che possa andare a soddisfare il fabbisogno energetico, perchè c'è bisogno di potenza per soddisfarlo e garantire continuità. E questo, solo le energie fossili, lo garantiscono.

La qualità del nucleare è quella di non avere grossi impatti ambientali rispetto ai fossili. Inoltre, dal punto di vista economico basti pensare che un grammo di nucleare equivale a tonnellate e tonnellate di petrolio, il che significa una rilevante riduzione di CO2 nell'atmosfera.

Rientrare nel nucleare è dunque nelle intenzioni di un governo che vuole riagganciarsi al mondo tecnologico e tornare in possesso della competenza che le apparteneva prima del referendum abrogativo sul nucleare del 1987. Competenza che, per certi versi, malgrado si sia persa la capacità di costruire centrali nucleari ma anche la filiera d formazione e l'istruzione su larga scala, è ancora viva nello studio della fisica nucleare, ha detto Roberto Petronzo.

Sull'investimento che il governo dovrà fare, sono circolate, ovviamente, diverse voci. Si parla di 4 o 7 miliardi di euro per ogni centrale e di tempi troppo lunghi: la prima centrale dovrebbe essere messa in funzione proprio nel 2020. Il problema resta comunque, sempre lo stesso, cioè lo smaltimento delle scorie radioattive, senza contare poi che già da alcune regioni e da diversi comuni cominciano ad arrivare i primi no, grazie!

Saturday, April 19, 2008

F come fame...

Per molti i problemi del mondo sono l'imperialismo degli Stati Uniti d'America, l'ascesa della Cina, il terrorismo, il riscaldamento globale, e sebbene siano tutte argomentazioni valide, oggi la questione più critica è senz'altro la carenza di cibo e la scarsità d'acqua.

Per avere un'idea sull'utilizzo dell'acqua, si pensi che il 70 per cento dell'acqua del pianeta è consumato dalla zootecnia e dall'agricoltura (i cui prodotti servono per la maggior parte a nutrire gli animali d'allevamento). Gli allevamenti consumano una quantità d'acqua assai maggiore di quella necessaria per coltivare soia, cereali, o verdure per il consumo diretto umano. E' questa una delle note dolenti del nostro vivere, a cui si è aggiunta da non molto la pazza idea di trasformare le derrate alimentari in carburante, tanto da contrapporre, in un sol colpo, cibo a biocarburanti.

Nel giro di un solo anno, in vaste zone del pianeta, come in Indonesia, l'aria è diventata irrespirabile a causa delle foreste date alle fiamme per far posto a coltivazioni di soia, canna da zucchero ed altre colture destinate ai biocarburanti di origine vegetale.

In questi giorni Buenos Aires, la capitale argentina, è avvolta da un'enorme nuvola di fumo, proveniente da enormi appezzamenti di terra dati alle fiamme dai proprietari, che bruciano sterpaglie e arbusti, protestando contro le tasse imposte dal governo sulle esportazioni di soia e di grano. *

In questo contesto, non trascurando neanche l'ingresso di Cina e India sul mercato, il prezzo del grano è salito a quotazioni così alte da provocare preoccupanti rincari di pane e pasta.

Ieri ad Accra, in Ghana, il segretario generale dell'Onu, Ban-Ki Moon, intervenendo alla XII sessione della Conferenza Onu sul commercio e lo sviluppo (Unctad) ha espresso le sue preoccupazioni dicendo che, se la questione dei prezzi elevati dei prodotti alimentari non sarà gestita correttamente, l'aumento indiscriminato dei prezzi dei generi alimentari potrebbe minacciare la crescita economica, il progresso sociale e la sicurezza mondiale.

Pur tuttavia, sono in molti a tessere le lodi del biocarburante, visto come alternativa più pulita alle fonti energetiche tradizionali. Lula, ad esempio, che governa un Paese, il mitico Brasile, il cui spazio sterminato non crea certo problemi ad un'agricoltura fuori di testa, in un recente vertice della Fao tenutosi in Argentina, si è trovato a dover difendere a spada tratta i biocarburanti (su cui il suo Paese ha puntato fortissimo, in pieno accordo con il Presidente americano Bush, alla ricerca di una via di uscita dalla dipendenza del petrolio) e se stesso. Messo sotto accusa in quanto ritenuto corresponsabile dell'esplosione dei prezzi di riso, grano ed altri alimenti di base registrati negli ultimi mesi, il Presidente brasiliano si è difeso sostenendo che il Brasile ha terreni sufficienti per reggere la crescita dei biocarburanti, e punta il dito invece contro il prezzo del petrolio, che spinge in alto i costi dei trasporti e dei fertilizzanti, e soprattutto i sussidi all'agricoltura dei Paesi Occidentali, che mettono fuori mercato le produzioni agricole africane e sud americane. E su questi problemi di fondo che bisogna intervenire, ha detto Lula, senza criminalizzare la produzione di biocarburanti, che al contrario potrebbe diventare presto un mezzo importante per dare ricchezza e indipendenza energetica anche ai Paesi oggi più poveri.

Però, se da una parte è vero che i biocarburanti sono una opportunità per la crescita e lo sviluppo di alcuni Paesi, e anche un'alternativa più pulita alle fonti energetiche tradizionali, dall'altra, dito puntato contro la massiccia produzione di biodiesel, che sottrae terreni alle produzioni alimentari, facendo salire i prezzi di riso, grano ed altri beni di base. Oltreciò, gli impianti industriali che li producono utilizzano materie prime agricole che percorrono migliaia di chilometri in aereo, navi e tir; assieme ad altri prodotti cibari, contribuendo allo spreco di energia ed emissione di gas a effetto serra.

A riguardo, proprio uno studio fatto da due ricercatori del Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Pa., sulle emissioni di gas serra causati dalla produzione e dal trasporto di varie categorie di prodotti alimentari negli Stati Uniti, emerge che la dieta "locavora", cioè basata su prodotti che abbiano percorso il minor numero di chilometri possibile, produce benefici sopravanzati enormemente da un solo giorno da vegetariani. La coppia di ricercatori, Christopher Weber e H. Scott Matthews ha calcolato l’intero ciclo di vita della produzione dei cibi, cercando di separare i contributi di ogni fase, dalla produzione alla tavola. Il risultato principale è stato che il trasporto contribuisce solo per l’11% al totale delle emissioni prodotte mentre, la produzione agricola o industriale, è responsabile dell’83% delle sostanze che causano il riscaldamento globale.

Ad esempio, sembra che la carne rossa, da cui deriva il 31% dei gas serra, sia la principale responsabile delle emissioni inquinanti, mentre i latticini contribuiscono per un altro 18%. Minore il peso di carne di pollo e pesce (11%) e verdure (9%). Lo studio ha anche calcolato i benefici dei vari tipi di diete, da cui è venuto fuori che i “locatori” sono meno amici dell’ambiente dei vegetariani. Lo studio è stato pubblicato dalla rivista Environmental and Science and Technology. Dell'argomento ne parla oggi anche La Stampa oppure, più dettagliamentesu dsc.discovery.com/

Continua

Tuesday, December 25, 2007

E come Effetto serra

Milioni e milioni di anni fa, quando l'anidride carbonica, assieme ad altri gas eruttò dai vulcani primordiali, si costituì l'atmosfera e prima che diventasse respirabile trascorsero altri milioni di anni, per ritrovarsi poi nella composizione che oggi conosciamo. In condizioni normali i gas che compongono l'atmosfera impediscono la completa rifrazione dei raggi solari che colpiscono la Terra, consentendo al nostro pianeta, di trattenere il calore, come in una serra e di mantenere una temperatura media intorno ai 15° gradi, permettendo lo sviluppo della vita così come la conosciamo. Senza l'atmosfera la temperatura della Terra sarebbe intorno ai -19°gradi. Questo sta a significare che l'effetto serra è, in primo luogo, un fenomeno naturale, fodamentale per la sopravvivenza degli organismi viventi.

Dalla fine del settecento, cioè all'epoca della Rivoluzione Industriale, l'uomo progredendo ha immesso nell'atmosfera una serie di gas inquinanti che assieme all'anidride carbonica, emessa da nuove macchine utilizzanti combustibili fossili (petrolio, carbone, gas in seguito), hanno causato uno squilibrio dei fattori in campo (non più solo eventi naturali), determinando in tal modo che la superficie terrestre trattenesse più calore di quanto riuscisse a restituirne attraverso l'emissione di radiazione infrarossa. Nell'atmosfera terrestre ci sono alcune "finestre" attraverso le quali può entrare la radiazione infrarossa ma il vapore acqueo ed altri gas assorbono la maggior parte della radiazione.

Questo squilibrio fra la radiazione assorbita dalla superficie terrestre e la radiazione infrarossa dispersa nello spazio è oggi stimato in circa 0,8 watt per metro quadro. Un piccolo incremento della temperatura media non si riflette semplicemente in un leggero aumento delle temperature giornaliere su tutta la superficie del Pianeta. Secondo gli scienziati, gli effetti sono molto più complessi e preoccupanti, perchè bastano pochi centesimi di grado in più, a scombussolare la situazione climatica, aumentando in maniera sensibile la probabilità di ondate di calore fuori stagione, di estati torride e in generale di manifestazioni climatiche anomale.

Purtuttavia, per l'odierno effetto serra, secondo alcuni scienziati, esiste una ipotesi riconducibile al devastante impatto del meteorite che, nel 1908, cadde a Tunguska, in Siberia. Sembra che il meteorite sia piombato su una zona disabitata, ricca di giacimenti di metano e petrolio, provocando un'esplosione violentissima. Secondo lo scienziato russo Vladimir Shadurov, il gigantesco scoppio ha liberato i gas del suolo; questi, raggiunta la parte alta dell'atmosfera, hanno incontrato lo strato di ozono, bruciandone una gran quantità e assottigliando gravemente lo schermo che protegge la Terra, che in tal modo non riesce più a contenere l'influenza dei raggi solari e va ad accrescere i fenomeni serra.

Thursday, November 22, 2007

Ripariamo il clima 8

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Immagini scannerizzate da FOCUS N.174 APRILE 2007

FINE SPECIALE: COME SALVARE IL PIANETA

Ripariamo il clima 6

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Ripariamo il clima 4

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Saturday, October 27, 2007

Dobbiamo, forse, preoccuparci?

Due ricercatori britannici, Steve Rayner e Gwyn Prins, sono tornati sulla decisione dell'Australia di non ratificare il Protocollo di Kyoto, dicendo che non è riuscito a tagliare le emissioni di anidride carbonica. Il protocollo, che fissa gli obiettivi vincolanti per la riduzione dei gas ad effetto serra, secondo una relazione pubblicata sulla rivista Nature è stato lo "strumento sbagliato" per l'uso che se ne è fatto.

Il Protocollo di Kyoto è stato firmato nel 1997 da più di 160 paesi, che si sono impegnati a tagliare la CO2 ed altri cinque gas a effetto serra, ma tutto ciò non ha prodotto nessuna "riduzione dimostrabile" delle emissioni. Quel che è stato fatto, sostengono è "relativamente semplice" rispetto ai problemi del cambiamento climatico. Si dovrebbe sapere di più sullo strato di ozono, le piogge acide, le armi nucleari... Certamente a Bali, in dicembre, alla Conferenza sui cambiamenti climatici (Unfcc) si dovranno prendere decisioni importanti, sperando stavolta in un clima più solidale. E' lì che si dovrà decidere se continuare con il Protocollo di Kyoto dopo il 2012 o... rottamarlo.

Nel mentre, sono veramente dati da incubo quelli che, se confermati ufficialmente, sono le previsioni del rapporto ambiente dell'Onu sulla riduzione della biodiversità, d'estinzioni di massa, legate alla piaga del global warming (surriscaldamento del pianeta), a ritmi cento volte più veloci rispetto a quanto evidenziato dai rilevamenti fossili, cioè, a prima della nascita dell'uomo. Da Tg1: Secondo le indiscrezioni trapelate a Londra, entro il 2050 proseguendo con questa situazione si estinguerebbero il 30 % degli anfibi, il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli. Un'autentica strage, dunque, sospinta dalla sconsiderata intensificazione della produzione agricola attraverso il ricorso sempre maggiore da sostanze chimiche, fonti energetiche e acqua e all'estensione della superficie coltivabile. Proiezioni che s'intrecciano con quelle di uno studio di alcune università britanniche, sempre sui cambiamenti climatici, altrettanto allarmante. Se l'uomo non ridurrà le emissioni di anidride carbonica, le temperature potrebbero salire di oltre 6 gradi entro la fine del secolo, provocando l'estinzione più devastante della storia del mondo.

Dobbiamo, forse, preoccuparci?

Fonte: www.metro.co.uk e Rai Uno

Immagine: geoscape.nrcan.gc.ca


Wednesday, August 08, 2007

C come carbone

Tra i fossili, il carbone è quello che potrebbe avere vita più lunga.

A differenza del petrolio, concentrato in aree geografiche per lo più limitate al Medioriente, il carbone è diffuso quasi uniformemente sulla superficie terrestre: Australia, Stati Uniti, Europa, Cina, India, Colombia, Sud Africa etc...

Questo lo si deve innanzitutto alle grandi foreste della preistoria, dove il carbone si è formato da resti di piante cresciute in ecosistemi paludosi, che una volta morte, si depositarono in ambienti acquatici, dove il basso livello di ossigeno prevenne la loro decomposizione.

Il carbone è composto principalmente da carbonio e idrocarburi. Il carbonio, come sappiamo, costituisce il primo mattone delle molecole organiche degli uomini, degli animali e degli altri organismi viventi. E' diffusissimo sul nostro pianeta, così pure come lo è nel Sistema Solare e nell'Universo, fa parte delle stelle e lo si trova nelle meteoriti.

Oggi il carbone lo si utilizza per produrre ricchezza o addirittura per inquinare o per le nuovissime tecnologie. Esso rappresenta una delle principali fonti di energia dell'umanità e uno dei modi più inquinanti per produrlo. Eppure, ancora nel 2006, oltre il 40 % dell'energia elettrica mondiale è stato prodotto bruciando carbone.

Ed è proprio per la sua diffusione, la facilità di reperirlo, rispetto agli altri fossili (solo i giacimenti che già si conoscono possono assicurare riserve per almeno altri 200, 250 anni), che si rende più competitivo, con il vantaggio che annulla qualsiasi possibilità di accordo tra i produttori (una sorta di Opec), cosicchè il prezzo rimane sempre regolato dalla concorrenza.

In Europa l'energia prodotta da centrali a carbone, è intorno al 30% (in Italia arriva al 10%).

Ma anche se il carbone si rende sicuro nel trasporto rispetto ai rischi delle petroliere e dei gasdotti, purtroppo è la fonte energetica che provoca il maggior numero di morti ogni anno ed è il maggior inquinante del pianeta e malgrado la diffusione del termine "carbone pulito" il carbone è sporco.

Bruciato, produce ossido di carbonio, azoto e zolfo, nonchè il micidiale percolato, polvere sospesa in aria che si deposita inesorabilmente nei polmoni.

Nei soli Stati Uniti le centrali elettriche a carbone contribuiscono per oltre 2/3 alle emissioni di biossidi di zolfo e per circa 1/5 a quelle di ossidi di azoto.

Il biossido di zolfo reagisce nell'atmosfera formando particelle di solfato, che oltre che a provocare le piogge acide, contribuiscono all'inquinamento da polveri sottili, contaminante correlato a migliaia di morti premature per malattie polomonari.

Gli ossidi di azoto si combinano con idrocarburi, formando ozono e smog a livello del suolo. In America le centrali a carbone emettono anche circa 48 tonnellate di mercurio all'anno. Questo metallo altamente tossico persiste nell'ecosistema.

Ma proprio per il fatto di ritenerlo una provvista energetica "abbondante" e a buon mercato, finchè saremo costretti a consumare carbone, bisognerà impegnarsi di più per mitigarne i danni.

Tuttavia se saranno vinte certe sfide tecnologiche gli elementi inquinanti derivanti dalla combustione del carbone, possono essere notevolmente ridotti da filtri speciali all'uscita dei bruciatori, i quali riescono a bloccare oltre il 99% delle polveri, il 90% degli ossidi di zolfo possono essere poi catturati chimicamente e utilizzati per produrre gesso da costruzioni; gli ossidi di azoto sono ridotti fino al 70% grazie a bruciatori di nuova generazione.

Ma per quanto la cattura e l'immagazzinamento del carbonio sia in grado d'impedire l'ingresso in atmosfera di gran parte dell'anidride carbonica, la produzione e il consumo del carbone restano uno dei processi industriali più distruttivi.



Wednesday, May 09, 2007

Si metterà in cammino l'Umanità?



Dopo un gran parlare di mutamenti climatici, anche con toni apocalittici, messi in moto sin dal primo atto del Rapporto dell'Ipcc, che si è tenuto a Parigi lo scorso gennaio, proprio a Bangkok, in questi giorni, si è recitato l'ultimo atto.

Per fermare il surriscaldamento del Pianeta, gli esperti dell'Ipcc riuniti nella capitale thailandese, hanno tracciato la via maestra da seguire nel prossimo futuro. In effetti, è una specie di ultimatum ai governi di tutto il mondo per prevenire gli effetti irreversibili quanto catastrofici e fermare le emissioni di anidride carbonica (stando a recenti studi la CO2 è causa di attacchi di panico nel 2% della popolazione italiana), che dovranno essere ridotte in maniera drastica a partire dal 2015, limite entro il quale i gas serra aumenteranno inevitabilmente per le emissioni prodotte sino ad oggi.

Tecnologie e mezzi ci sono. Occorre però una virata nelle politiche ambientali e terapie d'urto concrete e fattibili che favoriscano di più le fonti energetiche alternative, incrementino l'uso dei biocarburanti e soprattutto limitino la deforestazione.

A tutto questo, andrebbe poi sommato ciò che potrebbe essere fatto da ciascuno di noi.

L'intera società umana dovrà seguire in futuro un nuovo stile di vita, che metta al primo posto il risparmio energetico e modifichi tutte quelle cattive abitudini che tutt' oggi esprime. Via gli sprechi, via la filosofia dell'uso e getta, via l'uso sfrenato di plastica, grande attenzione ai rifiuti... in un periodo che sarà davvero cruciale per le sorti del pianeta: i prossimi 20, 30 anni.

Il costo complessivo per limitare a non più di 2 gradi centigradi la temperatura del pianeta ammonta a poco meno del 3% del PIL mondiale. Ma se le misure che gli scienziati indicano nel loro rapporto verranno adottate, dal 2015 la febbre del Pianeta inizierà a scendere.

A Bangkok, l'ultimo atto del Rapporto dell'Ipcc (The Intergovernmental Panel on Climate Change) si è rivelato utile, riscuotendo l'approvazione dei 120 Paesi convenuti, nonostante l'opposizione e la resistenza di Cina e Stati Uniti, il cui Ufficio ambiente della Casa Bianca prevede scenari dai costi troppo alti con tagli che potrebbero innescare la recessione.

Secondo alcuni esperti delle Nazioni Unite presenti a Bangkok, una delle opzioni da considerare nell'abbattimento della Co2 in atmosfera, è quella di
seppellirla. Molti scienziati ritengono che questo modo potrebbe rivelarsi un punto importante nel frenare il cambiamento climatico, anche se la tecnologia esistente è in fase sperimentale. Tuttavia, in questo modo si bloccherebbe l'anidride carbonica liberata dalle centrali elettriche o da altre fabbriche e la si potrebbe trasportare e seppellire sottoterra, in vecchi campi petroliferi o miniere di carbone, o in fondo all'oceano.

Una volta sepolto, il gas non contribuirebbe più al riscaldamento globale.

Questa tecnologia, di cui non si prevedono ancora i costi, viene seguita dagli esperti con grande attenzione. Meno attenzione invece la pongono gli ambientalisti, poichè temono che le spelonche sotterranee potrebbero, un giorno, scoppiare. Tuttavia, un suo eventuale utilizzo potrebbe consentire un taglio del 35% delle emissioni di anidride carbonica dalle acciaierie, dagli impianti di cemento e delle centrali elettriche.

Europa e Stati Uniti stanno già sperimentando la tecnologia. Nel Mare del Nord, la Statoil, azienda norvegese del petrolio, inietta l'anidride carbonica in una spelonca subacquea a circa mille metri sotto il pavimento dell'oceano. In Polonia, il progetto europeo Recopol, nato nel novembre 2001, progetta di immagazzinare la CO2 in una miniera di carbone nel bacino slesiano.

E poichè secondo il Rapporto dell'Ipcc non c'è più tempo da perdere, in attesa che le fonti rinnovabili crescano (sono ancora esigue nel mondo) si sta pensando di affidarsi al sequestro di anidride carbonica e al nucleare, anche se quest'ultimo, in alcuni Paesi, viene visto come un'ulteriore minaccia.

A Bangkok è stata tracciata la strada maestra, bisognerà solo mettersi in cammino.

Ma si metteranno in cammino le grandi aziende mondiali colluse col grande business che ruota attorno ai combustibili fossili?

Si metterà in cammino l'Umanità?

Fonte: il professor €chos

Saturday, March 17, 2007

Che cos'è un Ecosistema

Iniziamo a comprendere il significato di alcune parole che interessano la nostra vita sulla terra.

Un ecosistema è una porzione di biosfera delimitata naturalmente. Ogni ecosistema è costituito da una comunità (detta anche biocenosi) (componente biotica) e dall' ambiente fisico circostante, il geotopo (che fa parte di una ecoregione), (componente abiotica), con il quale si vengono a creare delle interazioni reciproche in equilibrio dinamico.

Un ecosistema viene definito come un sistema aperto, con struttura e funzione caratteristica determinata da:
  • flusso di energia
  • circolazione di materia tra componente biotica e abiotica

Nella quasi totalità degli ecosistemi il flusso di energia deriva dalla radiazione solare che, a differenza della materia, non è riciclabile ma, tuttavia, viene continuamente elargita dal sole. Una volta raggiunta la terra, una piccola parte di essa viene catturata ed utilizzata dagli organismi autotrofi fotosintetici per la trasformazione delle molecole inorganiche in sostanza organica.

Attraverso le reti alimentari, la materia organica viene poi utilizzata come fonte di energia dagli organismi eterotrofi, entrando così in circolo nell' ecosistema. Una tipica catena parte dalle sostanze chimiche inorganiche presenti nel terreno, nell'aria (anidride carbonica), acqua, e le trasforma per mezzo della fotosintesi clorofilliana in sostanze organiche (erba, piante alberi, alghe); i consumatori primari quindi se ne nutrono (erbivori, larve, molluschi) e trasformano le sostanze vegetali in proteine che saranno in seguito il cibo dei consumatori secondari (predatori vari, uccelli, pesci); alla loro morte i decompositori (batteri, funghi) smonteranno le sostanze organiche in elementi che concimeranno il terreno ed entreranno di nuovo nel ciclo.

Un ecosistema è in equilibrio quando la catena del ciclo alimentare si chiude e quando le innumerevoli e multiformi relazioni fra gli organismi viventi (come il parassitismo, simbiosi, commensalismo) funzionano in modo da regolare il delicato meccanismo di un ecosistema all'interno dell'ecoregione.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Tuesday, January 09, 2007

LA SINDROME ASIATICA


Pur rimanendo sconcertati dalla portata dei grandi numeri, sebbene già da un ventennio fosse stato ipotizzato quanto sta accadendo, parlare di India e Cina oggi, i due colossi del continente Asiatico... fa venire i brividi.

Pensate, una popolazione come la nostra lì apparterrebbe ad una sola provincia e la maestosità delle sue opere urbanistiche, la Grande Muraglia ne è un antico esempio come recente lo è quello della Diga delle tre gole, danno un po' il senso delle proporzioni di questa frenetica parte del mondo che inquina molto più di "una vecchia Duna in salita per le strade montane".

Scherzi a parte, questi intermezzi volanti servono per tenermi lontano dalla montante depressione, quando si accenna a questi argomenti.

Parlare di Global Warming, pensando a quanto ne produrrà a breve termine la sola Asia, da l'idea di quello che potrà accadere se non s'interverrà rapidamente per discutere, valutare e applicare norme che regolarizzino in maniera adeguata, equa e tempestiva la produzione mondiale di anidride carbonica.

Sono difatti in Asia le città più inquinate del mondo. Le megalopoli asiatiche registrano tassi d'inquinamento molto superiore, anche di 5 volte in più, a città quali Parigi, Londra e New York. E per i prossimi 25 anni, l’emissione dei gas serra, sono destinati a triplicare.

La maggior parte delle sostanze inquinanti rimane molto alta in 10 delle più grandi città cinesi e in molte vallate attraversate dai fiumi, dove sono concentrate le grandi arterie industriali.

La Cina è il terzo importatore di petrolio dietro Stati Uniti e Giappone ma è col carbone, altamente inquinante e principale fonte energetica del Paese, che viene danneggiata la salute dei cinesi e del pianeta.

Secondo l'Adb (Asian Development Bank ) la città di Pechino risulta essere la più inquinata al mondo, con 142 microgrammi di particelle inquinanti per metro cubo d’aria, rispetto ai 22 di Parigi, i 24 di Londra e i 27 di New York e l’aumento dei gas serra dipende in gran parte dall’inquinamento delle città per traffico veicolare e riscaldamento.

Gli esperti ritengono che le auto in Asia raddoppieranno ogni 5 anni ma nella sola Cina aumenteranno di 15 volte per il 2030 giungendo a 190 milioni di veicoli, con una maggiore emissione di diossido di carbonio di 3-4 volte in Cina e di 5-8 volte in India.

Anumita Roychowdhury, direttore del Centro per la scienza e l’ambiente in India, spiega che gli interventi di questi anni, “hanno solo impedito un aggravamento del problema”.

Michael Kryzanowski, esperto dell’Oms, calcola che l’inquinamento dell’aria causa in Asia 537mila morti ogni anno.

In vista dei Giochi Olimpici, perfino il Comitato Olimpico Internazionale, nel valutare i dati ha messo in guardia la Cina della grave situazione.

Tuttavia, il governo di Pechino sta tentando di ridurre le emissioni per cercare di cambiare il combustibile dal carbone al gas naturale e al metano, i quali bruciano senza lasciare scorie e rendono di più.

Anche la frenetica e rampante India, corre fiduciosa e senza affanni, lungo l'autostrada del futuro: i risciò, le vecchie carrozze, le bestie da soma, i mendicanti ad ogni angolo... sono ormai parte del passato.

Adesso, a ridisegnare la mappa del Paese, ci sono piloni e cantieri aperti lungo la immensa rete di 14 mila chilometri di nastro asfaltati, che tengono occupati 250mila operai. Soprattutto nel cosidetto "quadrilatero d'oro", 5846 chilometri di autostrade a 4 e 6 corsie, che collegano Delhi, Bombay, Madras e Calcutta.

Ma c'è anche un'altra grande arteria autostradale che collegherà il Nord del Paese con l'estremo sud. Molte di queste nuove strade corrono tra capannoni industriali, aziende, palazzi di vetro e cemento, insegne luminose e cartelloni pubblicitari... cancellando, si può dire, definitivamente l'immagine d'un India folkloristica che tutti conoscevamo.

Secondo la società di consulenza americana Keystone, l'India entro il 2030 sarà il terzo mercato del mondo dopo Stati Uniti e Giappone. Nei prossimi 20, 25 anni si venderanno più auto di quanto non ne siano state vendute nell'intera storia della produzione automobilistica: i mercati europei, giapponesi e coreani saranno ormai saturi e verranno rimpiazzati dai mercati asiatici emergenti.

L’inquinamento di Cina e India colpisce anche i Paesi circostanti.

Alexis Lau, esperto di Hong Kong, sostiene che tra il 60 e il 70% delle polvere sottili presenti nell’aria della città provengono dalle fabbriche e dalle città della zona del Pearl River Delta in Cina. Il Giappone lamenta che la fuliggine degli impianti a carbone cinesi copre i suoi laghi. I fumi di carbone di Cina e India avvelenano l’aria in Bangladesh, specie nella stagione secca tra novembre e marzo. Il fumo degli incendi boschivi usati in Indonesia per liberare aree, causa una soffocante nebbia in Malaysia e Singapore.

Meshkat Ahmed Chowdhury, vice segretario del ministro bengalese per l’Energia e le risorse mineraria, ha lamentato che “noi siamo stretti tra i due maggiori inquinatori [Cina e India]”.

Così, oltre a produrre inquinamento ai vicini Paesi ed aver tagliato ettari di foresta e distrutto migliaia di terreni coltivabili epr costruire le strade... il Futuro asiatico è già realtà e non si può più arrestare...

Tutto questo andrà a far parte del salato conto che ci verrà presentato un giorno, ovviamente!

FONTE: il professor €chos.blogosfere.it

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