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Sunday, December 16, 2007

Bali si tinge di giallo

E' fatta, all'ultimo minuto da Bali è uscito un compromesso soddisfacente.

Difatti, la 13esima Conferenza Onu sui cambiamenti climatici ha approvato un documento che, pur rinviando a Copenaghen nel 2009 un nuovo accordo di riduzione dei gas serra per il dopo 2012, a partire cioe' dalla scadenza del Protocollo di Kyoto, serve per avviare due anni di negoziati mondiali.

Pur tuttavia, la Conferenza si è tinta di giallo. Sembra infatti che all'inizio della settimana, sia stato impedito, anche con la forza, all'International Climate Science Coalition (ICSC ), d'intervenire sulla questione, anche se il loro intervento era previsto in scaletta. La ICSC comprende un gruppo di scienziati scettici sulle tesi proposte a Bali e il suo leader Bryan Leyland, è furibondo.

Se però non si da spazio agli scettici, pur se in minoranza, anche solo per ascoltare con attenzione le loro tesi, allora, secondo il mio modestissimo parere... non è cosa buona!


Friday, December 14, 2007

Bali: troppo, poco e niente 3 - conclusione -



Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, cammina pensoso e tranquillo nella stanza. La sua condotta è umile, nonostante i paparazzi inseguono ogni sua mossa. Il suo compito alla Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, per giungere ad una "Bali road map", sta per scadere e spera di essere riuscito ad aumentare la consapevolezza del grave problema climatico che interessa tutta l'umanità.

In sintonia con Ban Ki-moon, Al Gore, Premio Nobel per la pace (e l'ambiente), in un applauditissimo intervento di ieri in assemblea plenaria ha parlato a nome personale, come un uomo, come un padre, come un nonno... esponendo con vigore le sue teorie, ricordando che è arrivato il momento di agire, proponendo di anticipare al 2010 i termini per un accordo di riduzione dei gas serra, accusando il suo Paese, gli Usa, di essere il principale responsabile dello stallo della Conferenza, suggerendo, pertanto, di andare avanti e cercare un testo comune anche senza di loro... il maggior inquinatore mondiale, che con la loro totale opposizione a qualsiasi accordo internazionale vincolante sulle emissioni è diventato ormai un ostacolo insuperabile.

La controversia ruota attorno alla "Bali Road Map", se deve cioè includere un obiettivo specifico, come intende la Ue, che mira alla riduzione di gas a effetto serra dei paesi ricchi nel corso del prossimo decennio.

Anche Giappone e Canada sono a sfavore: loro chiedono maggiore flessibilità nei parametri vincolanti e che i Paesi in via di sviluppo facciano la loro parte nella lotta contro i cambiamenti climatici. Ma i paesi chiamati in causa, India e Cina in testa, consapevoli di pagare un prezzo già caro in termini ambientali, che debbono affrontare contemporaneamente il problema della lotta alla povertà, tendono ad una proposta di accordo sul trasferimento di tecnologie pulite nei paesi in via di sviluppo. Proprio questo è diventato un elemento chiave della diatriba, ma nella notte sembra che è stato raggiunto un accordo provvisorio. L'accordo potrebbe portare alla creazione di un fondo speciale per acquistare i brevetti da parte del settore privato, consentendo tecnologie pulite da imprese private che dovranno essere fornite ai paesi più poveri a basso costo.

Il nostro ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio, in rappresentanza delle posizioni dei ministri dell'Ambiente, del Commercio estero, dello sviluppo economico e dell'economia, ha chiesto un'alleanza strategica globale contro i cambiamenti climatici tra i paesi avanzati e quelli in via di sviluppo. L'obiettivo è un nuovo trattato entro il 2009 che possa sostituire Kyoto. Sul piano politico il documento ribadisce un appoggio forte agli obiettivi della Ue di limitare il riscaldamento climatico ad un massimo di 2 gradi sopra il livello del periodo preindustriale, ma sottolinea anche che lo sforzo non può essere solo una questione europea ma deve essere globale.
Al momento, dopo che per tutta la notte un gruppo ristretto di paesi (40 ministri) ha negoziato i termini del documento finale, si aspetta solo che venga sottoposto alla plenaria per l'approvazione definitiva. Il documento rappresentera' la road map per arrivare ad approvare l'accordo taglia emissioni post-Kyoto al summit di Copenaghen nel 2009. Nel testo in discussione anche l'importante ruolo del conteggio delle foreste nelle azione contro i gas serra, quindi azioni anti-deforestazione.

Intanto, sull'onda emotiva di questa importante Conferenza, un po' per tutta l'Indonesia, sta andando a ruba un libro in cui una tartaruga, un delfino e un gabbiano sono i protagonisti di "Penyu dau lumba - lumba", scritto da un'autrice australiana, prodotto da una volontaria ambientalista indonesiana e illustrato dai disegni di un operaio. E per i ragazzi di Bali è quasi una festa, anche perchè, in questa difficile parte del mondo, non è facile che ciò avvenga.

Da Bali è tutto John Keyman

Immagine: archive.salon.com/

Saturday, December 08, 2007

Lo Speciale Bali di John Keyman

Lieve terremoto sulla Conferenza

Per ironia della sorte, proprio quando qui a Nusa Dua è in corso la Conferenza sul clima, ha fatto la sua improvvisa comparsa... un terremoto di magnitudo 5.9, il cui epicentro è stato localizzato ad una profondità di 10 chilomentri al largo di Bali, colpendo la zona sud ovest dell'isola, scuotendo per qualche frazione di secondo anche il Bali International Convention Centre, dove sono riuniti migliaia di scienziati, esperti, politici, studiosi per cercare nuove strategie d'adottare contro la lotta ai cambiamenti climatici.

La scossa è stata troppo debole per innescare uno tsunami, han detto dall'agenza geofisica AFP, subito dopo il primo scrollo.

A parte un po' di spavento tra i 10mila delegati riuniti al Centro Congressi, il sisma non ha causato alcun panico. Tra l'altro, molti di loro avevano già lasciato la sala e quelli che c'erano hanno detto di aver sentito poco o nulla.

"E' stato come sentire un forte tremolio per tutto il piano, anche se ho pensato che era qualcosa che stava succedendo nei locali adiacenti. Un po' come sentire il rumore emesso da un grosso camion di passaggio", ha detto Yamil Bonduki, un delegato delle Nazioni Unite, aggiungendo inoltre: "Ho guardato intorno ma nessuno ha detto nulla, a parte qualche rapida occhiata alle pareti, al soffitto, al pavimento...".

L'arcipelago indonesiano si trova proprio sopra il cosidetto Anello di Fuoco, dove eruzioni vulcaniche e terremoti sono la più evidente espressione dello scontro tettonico tra la zolla del Pacifico e quella dell’Eurasia. Quando nel dicembre del 2004 lo tsunami si è scatenato sulle coste asiatiche, l'Indonesia è stata la nazione più colpita, provocando la morte di 168.000 persone nella sola provincia di Aceh.

Già stamane, sempre per ironia della sorte, le popolazioni indigene, in rappresentanza di tutti gli indigeni del pianeta, hanno attuato una protesta vivace e colorita (nell'immagine la polizia indonesiana tiene sotto controllo la situazione degli attivisti), in quanto è stato loro impedito ieri di accedere alla Conferenza. "Non vi è nessun sedile o targa in questa seduta plenaria a rappresentare gli indigeni, neanche nel Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene, il livello più alto nel corpo Nazioni Unite che dovrebbe occuparsi di diritti delle popolazioni indigene ", ha detto, non senza una nota polemica Hubertus Samangun, della delegazione Focal Point of the Indigenous Peoples.

"Le popolazioni indigene sono emarginate dal dibattito, e non c'è alcuna menzione su di esse in più di 5 milioni di parole nei documenti dell'UNFCCC ", ha dichiarato sconsolato ma agguerrito Alfred Ilenre di Edo People of Nigeria. E questo, nonostante siano le popolazioni indigene a soffrire di più dal cambiamento climatico messo in moto, scelleratamente, sulle nostre terre da altri...

A presto risentirci
John Keyman

Thursday, December 06, 2007

Bali: salvare le foreste

Dal nostro inviato John Keyman

Durante la pausa pranzo di ieri, gli oltre 10mila delegati dei 187 Paesi presenti qui al vertice mondiale sul clima, non hanno potuto fare a meno di gettare un'occhiata a quanto stava accadendo davanti l'ingresso principale del Bali International Convention Centre. Un uomo verniciato da leopardo, un altro da albero, delle donne che indossavano i consueti copricapi visti nei templi attraverso il Sud Est Asiatico. Hanno ballato nello stile tradizionale di Bali, ma con un messaggio: Salvare le nostre foreste.

All'inizio i danzatori si muovevano facendo certe figure: gli animali e gli alberi vivevano in armonia con la popolazione locale... poi è arrivato il legname, tutto ciò che è stato distrutto e la terra ha cominciato a riscaldarsi (nell'immagine)... Uno spettacolo davvero singolare, che sembra abbia però divertito i presenti. E' difatti la tutela delle foreste pluviali, che assorbono la maggior parte dei gas serra, uno dei temi più discussi e spinosi al vertice di Bali sul clima.

La "mafia cinese", che opera fuori della Malaysia e la Cina sono i responsabili del disboscamento illegale che dilaga nella Papuasia, ha detto il governatore della provincia indonesiana Barnabas Suebu, sottolineando il fatto che la mafia del disboscamento illegale è ben organizzata. Almeno 7,2 milioni di metri cubi di legname sono stati tagliati in un solo anno a Papua, riducendo rapidamente i suoi 42 milioni di ettari di foreste, che ha il più alto livello di biodiversità nel mondo, senza ricevere granchè in cambio. Le ricerche scientifiche dimostrano che la distruzione delle foreste tropicali è responsabile di circa il 20 per cento del totale delle emissioni di Co2, e arrestare la distruzione del patrimonio forestale, o almeno arginarla, è considerato ormai un punto fermo nella guerra al "cambiamento climatico", dicono gli scienziati, anche perché il protocollo di Kyoto non prevede particolari ricompense per le nazioni in via di sviluppo per preservare le foreste pluviali tropicali. Nell'ambito di un regime chiamato Reduced Emissions from Deforestation in Developing Countries (REDD), le nazioni in via di sviluppo potrebbero guadagnare miliardi di dollari attraverso il mercato delle emissioni del carbonio, evitando di impoverire le riserve boschive in aree quali l’Amazzonia e il Congo.

Credo che vedremo la deforestazione nell’agenda delle future negoziazioni, ha detto Yvo de Boer, segretario della Conferenza mondiale sul clima, poichè è una delle questioni che un nutrito numero di Paesi vuole introdurre. La guerra alla deforestazione è ormai un argomento di primo piano per i delegati al vertice sul clima di Bali. Alle Nazioni Unite esiste la speranza che stavolta si possa arrivare ad un’intesa per includere un regime Redd nei negoziati e poi in un accordo, entro il 2009, per confermare e rendere più efficace il protocollo di Kyoto, la cui prima fase si conclude nel 2012

Un altro dei temi più spinosi di cui si mormora molto tra i delegati convenuti al vertice, riguarda le risorse alimentari della Terra che stanno per finire, e a doverne pagare il prezzo più caro saranno i poveri del pianeta. Le vittime dei cambiamenti climatici, reali e potenziali, si sono dunque appellate ieri per un vasto aumento degli aiuti internazionali, per la protezione e l'aiuto dall'innalzamento del livello dei mari, dai raccolti perduti, da morti e siccità dovuti dagli effetti del global warming. Al punto in cui siamo, i granai e le risaie del mondo non producono abbastanza cibo per tutti, e se una parte del pianeta mangia più dell'altra e consuma molto più di quanto produce... vuol dire che lo squilibrio è andato molto al di la d'una più equa distribuzione.

Da Bali, per ora è tutto

John Keyman

Immagine: www.swissinfo.ch/


Tuesday, December 04, 2007

Bali: apre il vertice sul clima

Dal nostro inviato John Keyman

Bali - La Conferenza delle Parti (Cop13) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) che si è aperta ieri a Bali, ha aumentato la sorveglianza in tutta l'isola, ancora turbata dalla terribile strage del 12 ottobre del 2002, quando tre autobombe sono esplose davanti a due night club a Kuta e un'altra lì nei pressi, al consolato americano. Kuta, la famosa e lunga spiaggia in cui gli australiani vengono appositamente per fare surf... quel giorno costò la vita a centinaia di loro, per lo più ragazzi e ragazze, in vacanza nell''isola.

D'altronde, quì in una provincia indonesiana dove, nel più popoloso Paese musulmano al mondo, la maggioranza della popolazione professa la religione induista, la sicurezza è d'obbligo. Per questo i partecipanti alla riunione e i giornalisti sono soggetti a percorsi tortuosi, passando attraverso stretti controlli prima di entrare nel Bali International Convention Center, la sede della conferenza per due settimane. L'Indonesia ha dispiegato circa 10mila poliziotti e 2000 soldati onde prevenire qualsiasi azione terroristica sull'isola. Tutte le strade sono state decorate con "umbul", simboli di celebrazione e bandiere sventolanti al vento, con su scritto a caratteri cubitali "UN Climate Change Conference Bali"...

Secondo le Nazioni Unite un accordo dovrà essere trovato entro il 2009, in modo che il sistema entri in vigore in tempo per la scadenza del Protocollo di Kyoto nel 2012. Spetta dunque ai 192 Paesi e ai 10mila i delegati qui riuniti, che dovranno trovare una strategia comune per salvare la Terra. Il primo punto da perseguire è la riduzione delle emissioni di biossido di carbonio e di altri 5 gas serra, e cercare di coinvolgere quei Paesi che non hanno aderito al Protocollo di Kyoto, come gli Usa e la Cina. L'Australia invece, il Paese con il tasso più elevato procapite di emissioni di gas serra nell'atmosfera, che non aveva mai partecipato a riunioni del genere da almeno 11 anni, con il nuovo primo ministro Kevin Rudd, ha aderito subito.

Ora spetta solo agli Stati Uniti, che versa nell'ambiente un terzo di tutti i gas serra, entrare a far parte del club dei virtuosi. Già c'è chi al suo interno, preme affinchè ciò avvenga in tempi rapidi, come Al Gore e Nancy Pelosi, l'attuale Presidente (Speaker) della Camera dei Rappresentanti, la quale rilasciando una dichiarazione da Washington, si è così espressa: "La conferenza di Bali offre all'amministrazione Bush un'altra opportunità di impegnarsi attivamente e in modo costruttivo con i leader del mondo per la realizzazione di un accordo internazionale che permetterà di ridurre i gas a effetto serra e di altre emissioni che causano il riscaldamento globale. Data la minaccia per il nostro futuro e dei nostri figli, non vi è alcuna scusa per il Presidente Bush di permettere che gli Stati Uniti rimangano l'unica grande potenza industriale del mondo, che si rifiuta di firmare un impegno internazionale per la lotta contro la crisi climatica...".

Ci sono però anche Cina e India, considerati Paesi emergenti e quindi non soggetti al taglio di emissioni previste dal Protocollo di Kyoto, se non in misura minima, che purtroppo se ne disinteressano e questo fa pensare, ancora una volta, che non sarà facile trovare un accordo con loro.

Da Bali è tutto.

John Keyman

Saturday, October 27, 2007

Dobbiamo, forse, preoccuparci?

Due ricercatori britannici, Steve Rayner e Gwyn Prins, sono tornati sulla decisione dell'Australia di non ratificare il Protocollo di Kyoto, dicendo che non è riuscito a tagliare le emissioni di anidride carbonica. Il protocollo, che fissa gli obiettivi vincolanti per la riduzione dei gas ad effetto serra, secondo una relazione pubblicata sulla rivista Nature è stato lo "strumento sbagliato" per l'uso che se ne è fatto.

Il Protocollo di Kyoto è stato firmato nel 1997 da più di 160 paesi, che si sono impegnati a tagliare la CO2 ed altri cinque gas a effetto serra, ma tutto ciò non ha prodotto nessuna "riduzione dimostrabile" delle emissioni. Quel che è stato fatto, sostengono è "relativamente semplice" rispetto ai problemi del cambiamento climatico. Si dovrebbe sapere di più sullo strato di ozono, le piogge acide, le armi nucleari... Certamente a Bali, in dicembre, alla Conferenza sui cambiamenti climatici (Unfcc) si dovranno prendere decisioni importanti, sperando stavolta in un clima più solidale. E' lì che si dovrà decidere se continuare con il Protocollo di Kyoto dopo il 2012 o... rottamarlo.

Nel mentre, sono veramente dati da incubo quelli che, se confermati ufficialmente, sono le previsioni del rapporto ambiente dell'Onu sulla riduzione della biodiversità, d'estinzioni di massa, legate alla piaga del global warming (surriscaldamento del pianeta), a ritmi cento volte più veloci rispetto a quanto evidenziato dai rilevamenti fossili, cioè, a prima della nascita dell'uomo. Da Tg1: Secondo le indiscrezioni trapelate a Londra, entro il 2050 proseguendo con questa situazione si estinguerebbero il 30 % degli anfibi, il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli. Un'autentica strage, dunque, sospinta dalla sconsiderata intensificazione della produzione agricola attraverso il ricorso sempre maggiore da sostanze chimiche, fonti energetiche e acqua e all'estensione della superficie coltivabile. Proiezioni che s'intrecciano con quelle di uno studio di alcune università britanniche, sempre sui cambiamenti climatici, altrettanto allarmante. Se l'uomo non ridurrà le emissioni di anidride carbonica, le temperature potrebbero salire di oltre 6 gradi entro la fine del secolo, provocando l'estinzione più devastante della storia del mondo.

Dobbiamo, forse, preoccuparci?

Fonte: www.metro.co.uk e Rai Uno

Immagine: geoscape.nrcan.gc.ca


Thursday, April 26, 2007

I cow boy del carbonio

Attenzione ai "cowboy del carbonio" perché forse lo scambio di quote di emissione non è sempre così "verde". Si può riassumere così l'inchiesta del Financial Times, oggi in prima pagina. L'autorevole quotidiano economico britannico, infatti, ha indagato sugli scambi di quote di emissione derivanti da interventi per la riduzione della CO2 nelle produzioni industriali ed energetiche, e ha scoperto che c'è una "corsa all'oro verde". In sostanza c'è chi approfitta della nuova attenzione al clima per fare soldi, chiedendo sovraprezzi per introdurre tecnologie pulite che costano molto meno di quel che si esige dai consumatori, o per processi di ammodernamento che sarebbero stati comunque effettuati e già messi in bilancio, non richiedendo quindi la partecipazione allo sforzo dei consumtori-utenti finali. E ancora, ci sono crediti venduti due, tre, quattro volte, crediti che testimoniano riduzioni di gas serra mai avvenute, o ancora ecco i "cowboys del carbonio", trader che trafficano in crediti di emissione che fanno conto su riduzioni di gas serra avvenute solo sulla carta e non corrispondenti a tagli reali.

L'interesse c'è, perché, scrive Ft, "si prevede che il mercato regolato dei crediti di carbonio dovrebbe raddoppiare in valore, arrivando a 50 miliardi di euro entro il 2010, con il settore non regolato che invece dovrebbe salire a 4 miliardi nello stesso periodo". L'inchiesta del Financial times sul "traffico d'aria calda", cioè di riduzioni delle emissioni fasulle, vendute più volte o strapagate dai consumatori sottolinea alcune circostanze precise. Ci sono "numerosi casi di persone e organizzazioni che comprano crediti di nessun valore che non attestano nessuna riduzione nelle emissioni di carbonio". Ancora, ecco "compagnie industriali che approfittano della situazione facendo molto poco o guadagnano crediti di emissione sulla base di miglioramenti nell'efficienza dai quali hanno già ampiamente e sostanzialmente beneficiato". Poi ecco "brokers che offrono servizi" per la riduzione dell'anidride carbonica "di discutibile o nessun valore". Ft rileva inoltre "una carenza di verifiche che rende difficile per chi ne compra attestare il vero valore dei crediti di carbonio". E poi, dall'inchiesta emerge la circostanza che vede "compagnie e singoli ai quali vengono conteggiate spese eccessive per l'acquisto di crediti d'emissione europei il cui valore è precipitato visto che non sono risultati legati ad alcuna riduzione delle emissioni". Ci sono "serie preoccupazioni circa la credibilità" nel mercato dei permessi di emissione, e "la polizia, i servizi antritruffa e i regolatori di borsa dovranno occuparsene", dice al Financial Times Francis Sullivan, consigliere ambientale della Hsbc, la più grande banca britannica diventata nel 2005 a emissioni zero anche ricorrendo al mercato dei crediti, "altrimenti l'opinione pubblica perderà fiducia" nei meccanismi di Kyoto.

E l'inchiesta del Financial Times sul mercato del carbonio, che sta esplodendo, attirando però speculatori senza scrupoli, offre anche qualche esempio pratico. "Ad esempio la compagnia chimica DuPont - si legge nell'articolo - invita i consumatori a pagare 4 dollari per eliminare una tonnellata di carbonio dal suo stabilimento nel Kentucky che produce un potente gas serra, l'HFC-23 (trifluorometano, si usa per impianti di spegnimento chimico, ndr). Ma gli impianti per ridurre questi gas sono relativamente poco costosi". Ci sono poi le compagnie che lavorano nello scambio di crediti derivanti da riduzione delle emissioni, offrendole a chi volesse scambiarli con profitto, "senza avera apparentemente un'idea chiara di come funziona il mercato". L'americana Blue source, ad esempio, una di queste società, "invita i comnsumatori a contribuire alla riduzione delle emissioni di carbonio investendo nell'Enhanced Oil Recovery (letteralmente: recupero avanzato di petrolio, ndr), con la quale si pompa anidride carbonica in pozzi petroliferi esauriti per portar fuori il petrolio rimanente. Però Blue Source precisa che a causa degli alti prezzi del petrolio questo processo è redditizio in sé, e che quindi gli operatori fanno extraprofitti vendendo crediti d'emissione per aver sepolto anidride carbonica". Peccato che questa farà produrre nuovo petrolio che rimetterà in circolo altra CO2.

Fonte: diregiovani

Gli speculatori del clima: il Professor €chos